Sono molti i risparmiatori che in questi giorni si stanno preoccupando per i propri investimenti, temendo, specialmente per coloro che detengono fondi, che all’interno dei propri ‘tesoretti’ vi possano essere esposizioni rilevanti nei confronti dei PIIGS.

Le speculazioni che stanno prendendo piede influenzano notevolmente strumenti finanziari quali CDS, che hanno proprio come scopo primario quello di assicurare il capitale verso un rischio default.

Coloro che manipolano con facilità tali strumenti hanno tratto notevoli benefici dalla situazione in corso, in quanto proprio i CDS hanno fatto toccare i massimi storici a più di 1200 punti, ciò significa che per una esposizione di 10 milioni di euro, ce ne vuole 1 milione e duecento mila euro per assicurarsi dal rischio inadempimento.

Un tale utilizzo dei CDS, e non solo, ha fatto schizzare all’impazzata i rendimenti delle obbligazioni statali, con il picco massimo toccato sui bond decennali greci arrivato all’11%, pazzesco se si pensa che deve essere proprio lo stato greco a ripagare tali interessi.

Dall’analisi che seguirà naturalmente non si potrà desumere se il proprio investimento contiene obbligazioni o azioni degli stati ‘malati’ (se si hanno fondi vi si può risalire dal codice ISIN e dai dettagli dell’operazione contattando la propria banca), ma ci si può fare un’idea sull’esposizioni delle nostre banche nei confronti dei suddetti paesi, e quindi muoversi di conseguenza.

A fine 2009 Intesa San Paolo è l’unico istituto ad avere attività finanziarie per 1 miliardo di euro in Grecia, e 500 milioni in Portogallo, Spagna e Irlanda, su 130 miliardi di euro totali di investimenti riportati nel bilancio. Unicredit afferma di avere quantità trascurabili, ma in tal caso si suggerisce comunque di ottenere ulteriori informazioni a riguardo. Banco Popolare ha 92 milioni di euro investiti in bond greci. Ubi Banca è esposta per 21 milioni in Grecia e Montepaschi per 20. Mediobanca è l’unica a comunicare di non avere alcun investimento in suddetti stati.

Tali risultati, che dovrebbero essere rassicuranti, derivano da politiche di disinvestimento giocate in anticipo già a fine 2009, quando l’Italia ritirò il 20% dei propri capitali dai Pigs, seguita dalla Svizzera con il 95%, Belgio con il 54% e Austria 24%. Il problema che permane a questo punto potrebbe essere il contagio.

Gli unici ad essere rimasti esposti in maniera evidente sono Germania e Francia con, rispettivamente, 79 e 45 miliardi di euro.

Che sia un motivo questo che induce i vertici politici tedeschi, con le elezioni alle porte, a non trovare una via d’uscita veloce da una situazione così cavillosa?

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